Adolescenti online e privacy: non globale, ma familiare

Il concetto di privacy, pur rimanendo invariato nella sua origine, ha subito notevoli cambiamenti a causa dei social media, ma anche a causa dei loro diversi usi. Se da un lato oggi è chiaro a tutti il principio di tutela dei propri dati personali, il diritto a difendere la propria privacy, a decidere chi può vedere le immagini e i dati, dall’altro ognuno costruisce la privacy in base alle proprie esigenze. L’azione di fotografare e pubblicare i piatti di cibo è un esempio di come riusciamo a tutelare l’immagine propria e dei commensali, poiché i soli piatti, i paesaggi, i piedi, non ledono la privacy di nessuno, ma ci consentono di socializzare e comunicare mostrando un nostro momento di intimità e piacere. Il concetto stesso di privacy cambia a seconda del luogo: in alcune parti del mondo, ad esempio in Europa e America del Nord, c’è notevole allarme poiché in molti ritengono che la privacy sia oggi messa a rischio dalla visibilità online, ma in Cina, nelle aree rurali, la privacy viene considerata una moda, poiché lo spazio privato nella realtà quotidiana non viene semplicemente preso in considerazione. I cinesi vedono nei social media la possibilità di evadere da una serie di obblighi sociali, di poter navigare in anonimato, ottenendo così le prime esperienze di una propria privacy (Miller et. al., 2018).
Per gli adolescenti occidentali la privacy non è affatto un mistero: sanno perfettamente cos’è e sanno come gestirla, scegliendo le impostazioni in base alle loro esigenze. Il mondo adulto è spesso spaventato e scandalizzato dai contenuti condivisi dagli adolescenti online, ma non si tratta di una minore accortezza nei confronti della loro privacy, anzi: gli adolescenti sono costantemente preoccupati per la loro privacy, solo non si preoccupano per gli stessi motivi dei loro genitori (Boyd, 2014).
Il modo in cui concepiscono la privacy gli adolescenti è completamente diversa da come viene concepita dagli adulti:

Quando gli adolescenti – e se è per questo la maggior parte degli adulti – cercano la privacy, lo fanno in relazione a chi ha potere su di loro. Al contrario dei sostenitori della privacy e degli adulti con più coscienza politica, in genere non si preoccupano per i governi e le multinazionali. Cercano invece di evitare la sorveglianza di genitori, insegnanti e altre figure autoritarie vicine alla loro vita. Reclamano il diritto di essere ignorati dalle persone che secondo loro s’immischiano “nelle loro cose” e non sono particolarmente preoccupati riguardo agli attori dell’organizzazione. Cercano piuttosto di evitare gli adulti paternalistici, che usano la sicurezza e la protezione come scusa per controllare la loro vita sociale quotidiana. (Boyd, 2014).

Gli adolescenti pubblicano diversi contenuti online, visibili a tutti, ma non gradiscono che i genitori, o gli insegnanti, leggano quei contenuti, poiché ritengono che gli adulti debbano rispettare la loro privacy. Costruiscono legami tra pari e non desiderano interferenze da parte del mondo adulto. Si scrivono messaggi via Whatsapp anche quando sono seduti accanto, perché non vogliono che l’adulto, se presente, senta il loro dialogo. Scrivono blog ma non vogliono che i genitori lo leggano. Gli adulti non fanno parte del loro pubblico in rete, e se l’adulto curioso in cerca di gossip infrange questa regola, il contesto collassa e gli adolescenti rimangono in silenzio, o cambiano social media. È come concepiscono la privacy gli adolescenti la vera leva verso i nuovi social media: luoghi non conosciuti dai genitori e pertanto ancora liberi e accessibili. Per gli adolescenti «la privacy non è necessariamente qualcosa che hanno, ma piuttosto qualcosa che cercano di raggiungere continuamente e attivamente nonostante le barriere sociali e strutturali complichino le cose» (Boyd, 2014).
I valori di base non hanno subito variazioni. Sono la possibilità di condividere e i luoghi raggiungibili che sono cambiati, ciò che può diventare visibile richiede una maggiore riflessione, a volte, ma spesso viene reso pubblico perché il pubblico della rete è ammesso nella discussione. Gli adulti… no. Il desiderio di comunicazione è aumentato e contemporaneamente i ragazzi manifestano una conoscenza della tecnologia notevole, tanto da riuscire a svincolare i divieti degli adulti in maniera creativa. D. Boyd (2014) ci racconta di Alice che ingegnosamente ha deciso di disattivare l’account di Facebook quando non lo usa per non permettere alla madre di leggere i suoi post, e di riattivarlo quando invece desidera comunicare con i suoi pari. Recentemente invece la cronaca ci ha fatto conoscere Dorothy, una quindicenne disperata perché la mamma le aveva sequestrato lo smartphone, il Nintendo e qualsiasi oggetto elettronico presente in casa; conosciamo il suo stato d’animo perché la ragazzina è riuscita a comunicare questa disavventura via Twitter utilizzando il frigorifero.
Prima di Internet gli adolescenti utilizzavano una prolunga per portare il telefono di casa nella loro stanza, successivamente scaricavano il cordless durante telefonate infinite, utilizzavano le oramai antiche cabine telefoniche, si ritrovavano nel parco del paese o al campetto di calcio. Cercavano momenti da trascorrere con i pari senza il controllo degli adulti, spesso semplicemente per parlare e confrontarsi.
La privacy è un processo attraverso cui si cerca di avere il controllo su una situazione sociale gestendo le informazioni, le impressioni, il contesto, ed è essenziale per lo sviluppo della persona; gli adolescenti promuovono comportamenti volti a ottenere la loro privacy, se non riescono ad ottenerla a livello di contesto e contenuti cercano di spostare l’attenzione a livello di significato: le loro discussioni appaiono incomprensibili agli adulti, criptate. Lo fanno, sempre, lo abbiamo fatto anche noi.

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