Nuove solitudini e identità online

L’adolescente online dialoga, solitamente con i coetanei, ma non considera la possibilità che “altri” in rete si limitino a guardare senza commentare. L’ascolto involontario, o non, in un contesto fisico provoca l’improvviso silenzio da parte dell’adolescente (Boyd, 2010). Quando i ragazzi conversano in gruppo se intravedono un adulto nel raggio di ascolto smettono improvvisamente, tutti contemporaneamente, di parlare, o cambiano argomento. L’adulto indesiderato rappresenta un segnale visivo, un allarme, che anticipa il collasso del contesto fisico. Online questo processo è più complicato, da un lato non sappiamo se qualcuno si sta avvicinando, dall’altro il concetto del “qui e ora” non viene rispettato: online possiamo salvare le nostre conversazioni, e decidere di lasciare una traccia di ciò che facciamo in rete, questa traccia può venire letta anche in un altro momento. L’impossibilità di cambiare contesto velocemente può causare tensioni, perché evidenzia una mancanza, e mette in luce una debolezza dell’adolescente che vorrebbe un maggior rispetto della sua privacy ma solo nei confronti dei genitori e parenti. La conseguenza spesso è il cambio di social media. Abbiamo assistito a un passaggio veloce da Facebook a Instagram, una sorta di migrazione giovanile, una fuga di cervelli in rete. Fuga che per un certo periodo ha coinvolto anche Snapchat e che oggi vede tra le mete principali Tik Tok. Man mano che i parenti più stretti entrano nel social media scelto dalle nuove generazioni queste si spostano, infastiditi dalla loro presenza, anche se silenziosa, ma comunque attenta e, solitamente, in funzione di controllo.
Questi passaggi sono accompagnati spesso da un moltiplicarsi di identità: ogni nuovo account social non è caratterizzato da una chiusura dei vecchi account. Internet, quindi, vede diverse identità in relazione, coinvolte nella costruzione del sé. Essere in rete presuppone una presenza digitale che ingloba anche l’identità personale.
Ma internet libera le persone, aiutandole a creare nuove identità o le isola ulteriormente perché ancorate a più identità irreali, non concrete, costruite attraverso la tastiera?

«Liberare» significa letteralmente rendere liberi da qualsiasi tipo di catena che impedisca o ostacoli movimenti; iniziare a sentirsi liberi di muoversi o agire. «Sentirsi liberi» significa non avere intralci, ostacoli, resistenze o altri impedimenti a movimenti presenti o futuri (Bauman, 2002).

In rete, quindi, ci sentiamo liberi, ma non è detto che lo siamo realmente, inoltre il concetto di identità in rete, e di conseguente libertà, è davvero una scelta?
Il non essere online per la maggior parte dei ragazzi oggi rappresenta l’isolamento, la solitudine più temuta. Il benessere dell’adolescente spesso dipende dal rapporto con i pari, dai valori trasmessi dal gruppo, ed è indubbio che nel momento in cui gli amici, la classe, il gruppo dello sport, si ritrova online non esserci rappresenta una scelta controcorrente. In gruppo impariamo dagli altri, confrontiamo e controlliamo azioni ed emozioni, impariamo anche a sopravvivere alla solitudine. Ma se siamo legati all’apparenza, al dialogo continuo e al divenire dell’essere online, al metterci in mostra in un racconto senza fine, in una relazione ininterrotta con gli altri in rete, perché noi adulti parliamo di adolescenti sempre più soli?
Secondo S. Turkle non siamo più capaci di rimanere soli, in autoriflessione, siamo stimolati in continuazione da diverse angolazioni, abbiamo, tutti noi, paura della noia, del pensiero, perché pensare in solitudine richiede uno sforzo enorme, un processo mentale coinvolgente.

Carmen ha raggiunto un punto in cui la parola «solitudine» equivale a stare da soli con il proprio portatile e con le persone che si contattano attraverso il dispositivo, vale a dire una nova definizione di solitudine come «gestione della folla» (Turkle, 2016,).

Queste nuove solitudini spiegano in parte il panico da batteria scarica o da assenza di campo, ma quello che preoccupa principalmente oggi è l’incapacità di alcuni ragazzi di far fronte a momenti di assenza di segnale, di dialogo online. L’incapacità di introspezione che alcuni adolescenti dimostrano in risposta all’era digitale.
Secondo Marc Augé (2000, p. 53) è «impossibile dissociare i problemi di identità di gruppo dai problemi di identità individuale (…) l’identità individuale passa attraverso l’edificazione di identità multiple». È il gruppo virtuale, quindi, il reale protagonista della metamorfosi digitale?
Se sono cambiati i riti, se le culture stanno subendo una metamorfosi anche a causa della digitalizzazione globale, la conseguenza, poiché l’identità individuale è legata ai riti, è una modalità probabilmente diversa anche di costruzione dell’identità. Per questo motivo oggi «Si può analizzare tutto ciò attraverso le conseguenze della maggiore visibilità della persona e delle relazioni» (Miller et al, 2019). Relazioni e persona diventano più visibili, sono sotto ai riflettori e partecipano alla costruzione della propria identità in maniera globale, il giudizio dell’altro ha aumentato il suo potere, e anche le conseguenze.

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